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Oltre la Tecnologia: il Cybercognitivismo come Chiave della Sicurezza Digitale

  • Pubblicato da Antonia Di Iorio | 19/05/2025
di Antonia Di Iorio

È una mattina come tante. Mi siedo alla scrivania e, come prima cosa, controllo le email. Tra le varie comunicazioni, una cattura la mia attenzione: sembra provenire dalla mia banca, mi informa di un "accesso sospetto" e mi invita a verificare i miei dati. Per un attimo il mio dito indugia sul link, ma qualcosa mi trattiene. È quel momento di esitazione che fa la differenza tra sicurezza e vulnerabilità.

Come professionista della cybersecurity, mi confronto quotidianamente con questa realtà: la tecnologia da sola non ci protegge. Perché, nonostante anni di evoluzione tecnologica e investimenti in sicurezza informatica, continuiamo a essere vulnerabili? La risposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria: abbiamo trascurato il fattore umano nella speranza che la tecnologia risolvesse i problemi. Il Cybercognitivismo[1] affronta questa domanda mettendo in luce come il nostro cervello, con i suoi bias cognitivi e automatismi decisionali, rappresenti spesso l'anello debole della catena di sicurezza. Non è un caso che la password più utilizzata sia ancora "123456789" e che la maggior parte degli attacchi informatici riusciti inizi con tecniche di ingegneria sociale, cioè l'uso dell'inganno per manipolare le persone affinché esse divulghino informazioni riservate o personali in modo consapevole e inconsapevole.

I bias cognitivi sono quelle scorciatoie e approssimazioni che il nostro cervello usa un po' per prendere migliaia di decisioni grandi e piccole nell'arco di millisecondi, un po' per risparmiare energia. Tra i numerosi bias cognitivi, alcuni risultano particolarmente rilevanti nel contesto della sicurezza informatica:

  • l'Effetto di Familiarità, per cui tendiamo a fidarci di ciò che riconosciamo, anche solo vagamente. È così che un'email che riproduce l'interfaccia della nostra banca può sembrarci legittima;
  • l'Euristica della Disponibilità, per cui tendiamo a valutare la probabilità di un evento basandoci sulla facilità con cui esempi simili ci vengono in mente. Ad esempio, se non abbiamo mai subito un attacco informatico, potremmo sottovalutarne il rischio;
  • il Pregiudizio di Ottimismo, per cui crediamo che gli eventi negativi siano più probabili per gli altri che per noi stessi: "Le truffe online? Succedono agli altri perché io non ho niente da rubare e, se dovesse capitare a me, farò attenzione".

Ciò che rende il Cybercognitivismo un approccio essenziale è la connessione tra psicologia cognitiva e cybersicurezza in modo pratico e accessibile. In particolare, il Cybercognitivismo non si limita a identificare il problema, ma mette a nudo tutti i bias con cui sabotiamo noi stessi e veniamo sabotati dai manipolatori, proponendo anche soluzioni concrete per sfruttarli a nostro vantaggio e a nostra difesa. Il libro di Fabrizio Saviano introduce anche il concetto di "Firewall Umano": un insieme di pratiche e consapevolezze che ci permettono di riconoscere e contrastare i tentativi di manipolazione. Non si tratta di diventare paranoici, ma di allenarci emotivamente per sviluppare quella che potremmo chiamare una "mindfulness digitale" - una presenza consapevole nelle nostre interazioni online, che ci aiuta a fermare il dito un momento prima di schiacciare il tasto su quel link credibile che potrebbe costarci caro.

Non è un caso che il famoso "Golden Triangle", costituito dalla triade "PPT" (Persone, Processi, Tecnologie), inizi con le persone. Il Cybercognitivismo rappresenta un cambio di paradigma fondamentale: dalla sicurezza informatica come questione puramente tecnologica alla sicurezza come questione umana, sociale e psicologica. In un mondo dove la digitalizzazione pervade ogni aspetto della nostra vita, questa consapevolezza diventa fondamentale. Non si tratta solo di proteggere dati e sistemi, ma di proteggere persone, identità, relazioni. L'impegno dei professionisti della sicurezza è proprio questo: promuovere una cultura della sicurezza che metta al centro le persone, riconoscendo che la tecnologia è uno strumento, ma la sicurezza è una pratica umana.

La prossima volta che riceverai un'email sospetta, un messaggio allarmante o una richiesta insolita, ricorda che quel momento di esitazione, quel dubbio, quella voce interiore che ti suggerisce cautela, non è paranoia: è il tuo firewall umano in azione. Ascoltalo.


[1] Fonte : "Cybercognitivismo" di Fabrizio Saviano Editore GoWare Firenze 2024

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